Omelia di S.E. Mons. Michele Pennisi

22 NOVEMBRE 2013
OMELIA DI S.E. MONS. MICHELE PENNISI arcivescovo di Monreale (Verona, 22 novembre 2013) Festival Dottrina Sociale della Chiesa.

ono lieto di presiedere l’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana, nel’ambito del III Festival della Dottrina Sociale della Chiesa sul tema “Meno disuguaglianze, più differenze”.
Questo festival , che vuole mostrare l’apporto che la Dottrina sociale della Chiesa dà allo sviluppo di una società più giusta e a misura dell’uomo, propone quest’anno una riflessione sull’eccesso di omologazione che caratterizza l’attuale situazione sociale ed economica nella quale è aumentata la disuguaglianza fra le persone e i gruppi sociali, per immettere segni di speranza nella nostra società.

L’uguaglianza, quando è scevra di ideologismi, coltiva le differenze e restituisce dignità alla persona attraverso il pieno esercizio della libertà e dell’autonomia. L’omologazione invece spegne le differenze, squalifica i talenti e cristallizza le disuguaglianze sociali, quando non le alimenta.

Se le differenze rappresentano fattori di crescita umana, civile, culturale e anche economica, le disuguaglianze, al contrario, lacerano il tessuto della coesione sociale, producendo o amplificando ferite che producono tensioni e conflittualità .

La scuola, l’economia, il lavoro e la famiglia sono pezzi vitali della società per troppo tempo oggetto di scelte che, in nome dell’uguaglianza, hanno alimentato nuove e troppe disuguaglianze. Auspichiamo che la scuola possa tornare a scommettere sui talenti per educare i giovani al senso del lavoro e del fare impresa; che l’economia possa ripartire da uno sviluppo orientato al bene comune; che la famiglia sia il paradigma di una società fatta di uomini e donne con pari dignità.

La differenza è fondamentale per ricomporre il tessuto dell’umano che rischia diversamente di essere polverizzato in un indistinto egualitarismo che cancella la differenza sessuale e quella generazionale, eliminando così la possibilità di essere padre e madre, figlio e figlia.

Come Chiesa offriamo una concezione della famiglia come realtà creata da Dio basata , a partire dal Libro della Genesi, sull’unità nella differenza tra uomo e donna come immagine e somiglianza di Dio.

La Chiesa oggi esalta il genio femminile celebrando la memoria di S. Cecilia Vergine e Martire, patrona dei musicisti e dei cantori.

In un passo della sua Passione, si dice che ” mentre gli organi suonavano, ella cantava nel suo cuore soltanto per il Signore “.

La festa di Santa S. Cecilia deve essere un occasione speciale per verificare la nostra fede in Cristo morto e risorto per la nostra salvezza .

Il profeta Osea nella prima lettura paragona l’amore di Dio all’amore intimo, coinvolgente, appassionato, gratuito di uno sposo per la sposa.

L’amore con cui Dio ci ama è personale,intenso, gratuito, profondo, non ha limiti o condizioni. E’ un amore fedele che non viene mai meno, che offre ogni volta la possibilità di un nuovo inizio.

Con la parabola delle dieci vergini che vanno incontro allo sposo la verginità ci viene presentata come un’attesa attiva dello Sposo divino. Per le vergini della parabola, l’attesa è riempita dalle preoccupazioni di tenere la lampada accesa e di muovere incontro allo sposo. Questo è il simbolismo dell’olio che tiene la lampada accesa: la fede che si alimenta delle buone opere, « la fede che si fa attiva nella carità » (Gal. 5, 6).

Santa Cecilia, vergine saggia e prudente, con la sua vicenda personale mostra la sua disponibilità di credente a lasciarsi amare e a rispondere a tanto amore con il dono verginale di tutta sé stessa a Gesù Cristo suo unico sposo.

E’ così prezioso per lei il dono ricevuto dal Signore che nulla tralascia al fine di essere pronta all’incontro col il suo sposo divino.

A noi S. Cecilia è data come un esempio di fedeltà a tutta prova che ci ricorda che la fede è un dono che rafforza condividendolo.

Chi cerca la propria felicità lontano da Dio e dei suoi comandamenti nell’egoismo si allontana dall’amore.

Chi vuole vivere nell’amore deve rinunciare a cercare direttamente la propria felicità solo nel proprio tornaconto..

Gesù vuole tutto, chiede tutto, non è un uomo da mezze misure. Ma ci dà anche tutto in sovrabbondanza: ha dato tutto se stesso per noi, ma dà anche tutto a quelli che lo seguono e lo amano.

S. Cecilia non ha avuto paura di sacrificare la sua vita per testimoniare il suo amore a Cristo che per primo l’ha amato, ci ricorda che per Gesù Cristo vale la pena di sacrificare tutto, perché chi ha trovato Dio ha trovato tutto e chi ha perduto Dio ha perduto tutto.

Il suo martirio e la sua verginità ci fanno capire che la vita cristiana è una cosa seria che va vissuta con la radicalità scaturita dall’amore, di cui il martirio è il segno più grande.

Il martirio inteso come coerente testimonianza di vita rimane sempre all’orizzonte della vita cristiana.

Nella costituzione del Concilio Vaticano II sui rapporti fra la Chiesa e il mondo contemporaneo è detto:” La Chiesa ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio suo incarnato con la testimonianza di una fede viva e matura, di cui hanno dato testimonianza sublime moltissimi martiri. Questa fede deve manifestare la sua fecondità col penetrare l’intera vita dei credenti”(GS 21c).

Il Beato Giovanni Paolo II è stato il grande apostolo del martirio contemporaneo: volle in particolare per il Grande Giubileo una “Commemorazione ecumenica dei testimoni del XX° secolo” che si fece al Colosseo il 7 maggio 2000.

Mi permetterete di citare un martire che ho avuto la fortuna di conoscere don Pino Puglisi, sacerdote siciliano, ucciso dalla mafia in odio alla fede, beatificato nel maggio scorso.

Papa Francesco ha ricordato che “perdere la vita per causa di Gesù può avvenire in due modi: esplicitamente confessando la fede o implicitamente difendendo la verità”. Una fierezza dell’essere cristiani che in oltre duemila anni è stata coraggiosamente testimoniata da tantissime persone; e oggi – precisa Papa Bergoglio – “abbiamo più martiri che nei primi secoli!”.

Ma c’è una nuova tipologia di martirio che il Pontefice ha voluto ricordare, un martirio quotidiano che non comporta la morte ma che si traduce ugualmente in un “«perdere la vita» per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio”. E’ il martirio quotidiano dei genitori che “ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia!”, o di quei “sacerdoti, frati, suore che svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio!”; e poi ci sono i giovani che “rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Anche questi – afferma Papa Francesco – sono martiri! Martiri quotidiani, martiri della quotidianità!”.

Se oggi nella nostra società non esiste la persecuzione violenta che porta al martirio esiste una persecuzione più subdola che si presenta sotto forma di scherno, banalizzazione, calunnia, indifferenza, ostilità per chi professa la fede in Cristo e ne trae le conseguenze nella vita di ogni giorno.

La festa di S. Cecilia deve essere per noi un invito a credere nell’amore di Dio, ad amare Gesù Cristo come l’unico grande amore della nostra vita, a vivere la nostra vita secondo lo Spirito realizzando la vocazione alla santità alla quale tutti siamo chiamati.

La santità non solo una dimensionepersonale ma anche sociale.

Il beato Giuseppe Toniolo, aveva scritto all’inizio del secolo XX:” Noi credenti sentiamo, nel fondo dell’anima, che chi definitivamente recherà a salvamento la società presente, non sarà un diplomatico, un dotto,un eroe, bensì un santo, anzi una società di santi”.[1]

Rimanere fedeli al battesimo significa fare di Cristo il centro della nostra vita ed essere testimoni credibili dell’amore gratuito di Dio, svolgendo il nostro servizio all’interno della nostra comunità con lo stile evangelico che Cristo ci ha testimoniato.

Ognuno di noi, santificato nel battesimo e nella cresima e nutrito dell’Eucaristia, sull’esempio di santa Cecilia, deve convincersi che può diventare santo non ostante i suoi difetti e le sue debolezze e che deve diventare santo, se vuole realizzare in pienezza tutto sé stesso e trovare un senso pieno alla sua vita.

L’esempio e l’intercessione di S. Cecilia ci aiutino ad essere testimoni gioiosi e coraggiosi di Gesù Cristo Risorto, speranza del mondo a realizzare nella Chiesa un vero servizio ai poveri e a non esitare a dare la nostra testimonianza di vita per amore di Gesù Cristo, che ha donato la sua vita per noi per essere costruttori della civiltà dell’amore promuovendo la vera libertà dei figli di Dio e la pace fondata sulla giustizia.


[1] G.TONIOLO, Indirizzi e concetti sociali all’esordire del secolo ventesimo. Mariotti, Pisa, 1900, 236.

Pin It

Dottrina Sociale della Chiesa

Fondazione Segni Nuovi
Piazzetta Pescheria, 7 - 37121 Verona
P.IVA 01417450226
Developed by AtelierOrlandi.com