Pre-Festival a Lamezia Terme

05 SETTEMBRE 2018
Giovedì 20 Settembre 2018 presso la Cattedrale di SS.Pietro e Paolo di Lamezia Terme, si terrà il pre-festival per la VIII edizione del Festival della Dottrina Sociale con l'intervento di S. Em. Card. Gualtiero Bassetti.

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 Il Cardinale Bassetti al pre-festival di Lamezia Terme

bassetti lamezia terme

Lamezia Pre Festival
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Un nuovo impegno sociale dei cattolici italiani

di S. Em. Card. Gualtiero Bassetti

Carissimi fratelli e sorelle,

questa sera vorrei approfittare del vostro invito per sviluppare dei temi che ho già affrontato in altre occasioni ma che necessitano di un giusto e, oserei dire, doveroso surplus di approfondimento. Il tema lo sintetizzerei così: la necessità, o meglio, l'urgenza di un nuovo impegno sociale dei cattolici italiani.

Un impegno sapiente, concreto e fattivo che parta da una conoscenza autentica della dottrina sociale della Chiesa Cattolica e sappia metterla in pratica per il bene dell’Italia e di tutta la popolazione. Un impegno, dunque, che guardi con attenzione al popolo ma che non presti il fianco alle derive populiste. Si tratta di una sfida difficile e complessa, ambiziosa e importante. In questa sfida, l'impegno dei cristiani è, non solo auspicabile, ma assolutamente doveroso.

Svolgerò questa mia riflessione su tre punti. Innanzitutto, la nuova questione sociale nel mondo contemporaneo e in Italia; in secondo luogo, la centralità e lo sviluppo della dottrina sociale; e infine le buone pratiche di impegno sociale.

            Inizio dal primo punto: la nuova questione sociale nel mondo contemporaneo e in Italia. Da alcuni anni, sto riflettendo e sviluppando questo argomento. Ne ho parlato spesso, in varie occasioni, sui giornali, negli incontri pubblici, nell’Assemblea permanente della CEI. È a mio avviso un punto di partenza imprescindibile per ogni riflessione sul mondo d’oggi.

 Il «grande cambiamento d’epoca» evocato da Papa Francesco, infatti, è caratterizzato dallo sviluppo di una nuova questione sociale che è molto diversa da quella del XIX secolo che ispirò Leone XIII e la scrittura della Rerum Novarum ma è profondamente legata anche a quell’esperienza storica. Oggi, ci troviamo di fronte a tre grandissimi mutamenti sociali e culturali di livello planetario: assistiamo infatti ad una nuova rivoluzione industriale che è anche una rivoluzione informatica e biomedica.

Quella in cui siamo immersi, non è soltanto una rivoluzione delle infrastrutture, ma è una rivoluzione cognitiva e antropologica che investe ogni sfera dell’attività umana fino a mettere in discussione lo statuto ontologico dell’uomo moderno e della nostra casa comune. Un mutamento profondissimo che si manifesta, dunque, non solo nella sfera economica, politica e culturale, ma anche in interiore homine. Come capirete, questi mutamenti producono degli effetti importanti anche in ambito religioso.

Sono moltissimi gli esempi che posso fare. Per capire la novità a cui mi riferisco è sufficiente far riferimento all’introduzione della robotica nell’industria, alle applicazioni biomediche sul corpo umano, all’impatto ambientale delle grandi città, alle nuove forme di comunicazione e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale.

Non casualmente in questo particolare tornante della storia è stata pubblicata un’enciclica come la Laudato si’ che rappresenta una grande novità nelle encicliche sociali: per certi aspetti simile a quella rappresentata della Rerum Novarum di Leone XIII. Con la Rerum Novarum, infatti, venne fatta luce non solo sulla questione operaia ma anche su una fase di grande cambiamento sociale: il passaggio da una società agricola ad una industriale.

Oggi c'è un passaggio ulteriore. La società di massa è diventata una società globale sempre più polverizzata e liquida. Nell'enciclica di Leone XIII i riferimenti ambientali erano il «fabbricato» in cui gli operai lavoravano e il «suolo» occupato da quella fabbrica, mentre i soggetti che vi agivano erano gli operai e i padroni. Nel mondo contemporaneo queste realtà sono profondamente mutate. Il sistema produttivo è ovunque. Il mondo del lavoro è totalmente cambiato. E ogni aspetto del Creato può essere potenzialmente utilizzato e manipolato dalle tecnoscienze con ripercussioni profondissime nella vita di ogni essere umano.

Ecco la sfida più importante lanciata dalla Laudato si’ su cui ho molto insistito in questi anni: mettere un freno a quella sorta di «potere ingovernabile» che Francesco ha chiamato come il «paradigma tecno-economico». Un sistema di potere – privo della tensione verso Dio e verso l'umano – che riduce l'uomo e l'ambiente a semplici oggetti da sfruttare in modo illimitato e che finisce per cambiare il significato profondo della vita umana. Se il rischio più grande per la Chiesa è il processo continuo di desacralizzazione, per il mondo contemporaneo il rischio più grande è la disumanizzazione.

Un mondo disumano è, innanzitutto, una realtà in cui il potere tecnico e il profitto contano più della dignità dell’uomo. Un mondo disumano è, in secondo luogo, una realtà sociale in cui dominano, nella vita quotidiana, l’individualismo, il consumismo, l’utilitarismo e il nichilismo. Un mondo disumano è, infine, la realtà della post-verità su internet – delle menzogne dette al popolo e spacciate per verità – e della xenofobia strisciante e perbenista che vorrebbe legittimare ciò che non è eticamente legittimabile.

Tutto ciò è applicabile al mondo contemporaneo e anche al nostro bellissimo e fragile Paese. Ho parlato spesso dell’Italia in questi anni. L’ho definita come il Paese della “fragile bellezza” e citando una nota affermazione di Papa Benedetto XV durante la Grande Guerra, l’ho chiamata “Nostra Diletta Italia”. Ho proposto, in più occasioni, la necessità di un nuovo patto sociale tra gli uomini e le donne di buona volontà che abbiano veramente a cuore il bene comune. E alle Settimane sociali di Cagliari, inoltre, ho proposto una grande grande Piano di sviluppo per l’Italia che si basi su due elementi di cruciale importanza: la famiglia e la messa in sicurezza del territorio.

In definitiva, ho cercato di stimolare e incentivare – e lo ripeto anche stasera – un nuovo impegno sociale dei cattolici italiani. Mai come oggi penso che sia necessario un rinnovato impegno di tutto quel laicato maturo e consapevole per il bene dell’Italia. Un impegno che riesca a riprodurre una nuova sintesi culturale e umana, senza ripetere le inutili e dannose divisioni tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” e soprattutto senza concedere nulla alle semplificazioni demagogiche e populiste. Un impegno che si deve basare, dunque, su tre grandi bussole: il Vangelo, la carità e la difesa della dignità umana.

2. Per svolgere questo impegno – e vengo al secondo punto – è decisiva la Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Sento evocare spesso negli ambienti culturali ecclesiali la Dottrina sociale, spesso citata anche solo con un acronimo DSC, ma non sento quasi mai parlare negli ambienti laici di discussione pubblica, nella nuova agorà del mondo moderno, di Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Ho un grande timore: che questo tema sia diventato un argomento da specialisti del settore, ma non sia in realtà entrato in profondità né all’interno delle comunità ecclesiali e né all’interno della società.

Vorrei quindi subito sgombrare il campo da due equivoci. La dottrina sociale della Chiesa cattolica non è una sorta di passepartout intellettuale da citare a memoria quando ci occupiamo di economia o di problemi sociali. E non è neanche una spruzzata di cristianesimo sul mondo in grado, da sola, di rimettere a posto le cose, come fosse una pennellata di vernice bianca sulle sozzure, le disuguaglianze e le ingiustizie della società contemporanea. Questi due equivoci, in cui possiamo incorrere in buona fede, vanno combattuti e allontanati da ogni nostro pensiero o azione.

Quando ci riferiamo alla Dottrina sociale della Chiesa cattolica ci riferiamo, in primo luogo, ad un deposito di conoscenze e formulazioni, antiche e moderne, che sono il prodotto di una riflessione sulla realtà sociale e sull’uomo alla luce della fede. E in secondo luogo, è un bagaglio di principi, di criteri di giudizio e di azioni ispirate al Vangelo per orientare il comportamento dei credenti nel mondo in cui vivono. Senza fuggire dal mondo, senza fughe indietro o in avanti e, soprattutto, accettando totalmente questo deposito e bagaglio di conoscenze e principi, senza fare una selezione di convenienza politica o culturale.

Qui sta un punto decisivo: i cristiani non mettono se stessi al primo posto per un’affermazione personale e neanche cercano di seguire sogni utopici o mondi fantastici, esistenti solo nella speculazione filosofica o giuridica. I cristiani vivono l’oggi e il mondo in cui abitano. Perciò, cercano di dar vita, con i propri limiti e prendendo ispirazione dal Vangelo, ad una società aperta che è una comunità di uomini, donne e famiglie, che cerca di promuovere lo sviluppo integrale della persona e di difendere sempre la dignità umana. Si tratta, quindi, di una visione, allo stesso tempo, umile e ambiziosa, che si propone, in definitiva, una umanizzazione del mondo in cui viviamo alla luce dell’insegnamento di Cristo.

Non possiamo mai dimenticare, infatti, che la nostra fede è frutto di una relazione: una relazione d’amore infinita tra il Creatore e la creatura, tra il divino e l’oikos. E a questo dobbiamo ispirarci: ad essere fedeli a questa ispirazione iniziale. Essere fedeli al verbo incarnato, mettersi alla sequela del figlio di Dio, significa anche cercare di rendere visibile, concreta, tangibile questa relazione d’amore in tutti i momenti della nostra esistenza e in ogni luogo che viviamo: dal momento del concepimento alla formazione di una famiglia, dalla scuola al mondo del lavoro.

Papa Francesco ha insistito moltissimo durante tutto il suo pontificato sulla cura dei piccoli, degli ultimi e dei poveri: lo ha fatto simbolicamente con il suo primo viaggio fuori Roma – a Lampedusa, commemorando le migliaia di immigrati morti sul Mar Mediterraneo – lo ha ribadito con i suoi documenti magisteriali e in numerosissimi interventi. Si tratta, a mio avviso, di un grande sforzo pastorale che illumina e spiazza il mondo moderno e che sembra ispirato, come avrebbe detto don Primo Mazzolari, dalla povertà totale di Cristo sulla Croce. La Carità, diceva il parroco di Bozzolo, significa questo: dare tutto.

Ho citato non casualmente don Mazzolari. L’ho fatto per sottolineare quanto è lungo e complesso il filo pastorale e teologico che lega le parole di Papa Francesco con quelle di un prete italiano morto quasi sessanta anni fa. E potrei andare ancora più indietro nel tempo, citando quel papa, Leone XIII, che prima di salire al soglio pontificio e lasciarci in eredità l’enciclica madre di tutti i testi sociali, ovvero la Rerum Novarum, è stato vescovo della diocesi di Perugia. E nella diocesi perugina, mons. Pecci costruì una casa di accoglienza per i poveri che nasceva per aver visto morire di freddo un uomo solo e abbandonato per le vie della città.

Questi riferimenti che ho fatto ci restituiscono appieno la profondità storica della Dottrina sociale e la sua centralità nelle sfide odierne. Oggi, in un mondo sempre più globale e interdipendente, come aveva visto con grande acume Paolo VI nella Populorum progressio, non possiamo chiuderci dietro a dei muri costruiti con i mattoni della paura e la malta dell’omertà. Le sfide di oggi, invece, ci esortano ad essere, come diceva Giorgio La Pira, costruttori di ponti di pace, missionari della carità e apostoli di una nuova solidarietà.

Da questo punto di vista, dunque, il patrimonio della dottrina sociale della Chiesa cattolica è senza dubbio un tesoro prezioso che va conosciuto approfonditamente e va promosso in ogni ambito della vita civile. I principi di solidarietà e partecipazione, di responsabilità sociale e sussidiarietà, infatti, non sono soltanto dei valori che i cristiani devono agitare in pubblico come se fossero delle bandiere della propria identità o, peggio, delle medagliette da attaccare alle pareti della casa. Al contrario questi princìpi devono necessariamente trasformarsi in opere concrete e buone pratiche da mettere di impegno sociale.

3. Tra le buone pratiche – e vengo al terzo e ultimo spunto di riflessione – ne vorrei citare almeno una. La rinascita delle scuole di formazione sociopolitiche ispirate dalla Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Ho parlato, non casualmente, di rinascita e non di sviluppo di una cosa già esistente, perché ciò che serve oggi è una rinascita, su basi nuove, adatte ai tempi, di questi luoghi che hanno avuto un passato importante e un presente incerto.

Conosco bene i limiti e le obiezioni che possono essere fatte su una proposta simile. A coloro che sostengono che non servono perché in questi anni non hanno prodotto i frutti sperati, e a coloro che temono che si tratti di qualcosa già visto, stantio e sterile, io rispondo che sono totalmente d’accordo e che bisogna pensare un progetto nuovo che eviti alcune dinamiche del passato.

In primo luogo, evitare l’autoreferenzialità. L’ho già anticipato in precedenza: non abbiamo bisogno di “specialisti del settore” ma di maestri autentici che sappiano testimoniare, prima di tutto con la propria vita, la loro fede in Cristo. Abbiamo bisogno, cioè, di giovani appassionati del Vangelo. Di giovani docenti e giovani discenti che sappiano segnare una cesura con un passato fatto di strutture e burocrazie, piccolo potere locale e vecchio clericalismo.

In secondo luogo, promuovere una nuova proposta culturale. Quello che serve più di tutto è una proposta sull’Italia – e le sue cento città – e sull’Europa. Una proposta che sappia coniugare passato, presente e futuro. Che abbia memoria di ciò che è stato perché solo così si può guardare avanti con speranza e coraggio. Una proposta, infine, che sappia valorizzare le tante gemme preziose che abbiamo nella nostra storia – molte delle quali sono del tutto sconosciute – e le sappia calare nel territorio locale e rapportarle a quello nazionale. Penso per esempio alle figure splendide di Padre Puglisi e di Tonino Bello e a quella altrettanto stupenda di Chiara Corbella Petrillo.

In terzo luogo, fare rete. Una rete di scuole, calate sul territorio, che sappiano studiare, conoscere e proporre soluzioni per i luoghi in cui sono inserite, ma che facciano riferimento ad una catena unica, ad un corpo solo, evitando che ogni scuola vada per conto suo. Una rete che non deve essere concepita come un contenitore in cui si riproducono le frustrazioni e le inquietudini del mondo accademico e scolastico, ma che sia veramente un luogo di libertà, spiritualità, discernimento e formazione.

Abbiamo un grande bisogno di formazione sociopolitica. Per rammendare il Paese, per ricucirlo in ogni sua parte, abbiamo una grande necessità di questo tipo di formazione che rappresenti il primo tempo di quest’opera in cui si elaborino le idee ricostruttive della democrazia del futuro. Il secondo tempo verrà secondo le intenzioni e i piani di Dio. Partendo da una buona formazione, possiamo sperare in un futuro non troppo lontano in cui emerga una nuova classe dirigente di uomini e donne di buona volontà che si prendano cura della comunità partendo dai poveri.

Giorgio La Pira è stato un amministratore attento alle “attese della povera gente”, che nel suo tempo riguardavano il diritto al lavoro, alla casa, allo studio, ad una esistenza dignitosa. Oggi le cose sono in parte cambiate, ma “le attese della povera gente” esistono ancora. Esse si annidano in vasti settori della società. Le “attese” di oggi sono quelle del lavoro, specie per i giovani, costretti ad andarsene dalla propria terra per sopravvivere; sono quelle della giustizia contro il malaffare e la criminalità organizzata che è diffusa purtroppo in tutto il Paese; sono quelle delle famiglie spaccate che soffrono nel silenzio delle solitudini urbane e nell’avvizzimento dei sentimenti; sono quelle degli anziani che non si sentono più utili e non avvertono più quell’amore di cui avrebbero tanto bisogno; sono quelle del rispetto del territorio e dell’ecosistema; di una scuola efficiente e giusta; di una sanità accessibile a tutti; e, infine, di un uso del potere corretto e trasparente.

Oggi come ieri, l’amministratore è chiamato ad essere vicino al popolo senza vendere sogni, miraggi o nemici su cui sfogare le frustrazioni sociali, ed è chiamato a farsi portavoce e, per quanto possibile, risolutore dei problemi che affliggono la società. Le nostre città, la nostra Italia e, lasciatemelo dire, la nostra Europa hanno sempre più bisogno di uomini e donne che attraverso la politica e l’amministrazione si facciano “servitori della gioia” di tutti, come direbbe il “santo” vescovo mons. Tonino Bello: e in questa parola “gioia” possiamo leggere il “rispetto della persona”, l'“amore per la città”, la dedizione sincera e disinteressata al “bene comune”.

Carissimi fratelli e sorelle, a voi l'onere e l'onore di poter svolgere un ruolo da protagonisti nel futuro del nostro Paese. Come cristiani, come fedeli e come popolo, abbiamo anche noi le nostre responsabilità. Abbiamo il dovere di interessarci della cosa pubblica, di parteciparvi, di esporre progetti ed eventualmente di presentare critiche. Ma abbiamo anche il dovere di essere vicini con il consiglio e con il sostegno amicale a quanti si caricano sulle spalle il peso del governo. Abbiamo il dovere di pregare per loro, di chiedere al Signore di donare loro lo spirito di consiglio e di fortezza.

Con fede retta in Cristo cerchiamo di sfruttare le occasioni che il Signore ci dona. E cerchiamo di rinnovare, nel profondo, il tessuto di tutta la nostra società, rendendola più giusta e solidale.


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