“Oltre i luoghi, dentro il tempo”: brevi riflessioni sulla globalizzazione

  28 OTTOBRE 2014
Di per sé il titolo “Oltre i luoghi, dentro il tempo” del IV Festival della Dottrina Sociale evoca le riflessioni di Bauman su spazio e tempo, perciò sulla disarticolazione del concetto di globalizzazione.

La tesi di Bauman è che la globalizzazione genera nuove differenze, esaspera le vecchie e così facendo polarizza ulteriormente la condizione umana.

Bauman muove da un’indagine del legame tra la natura del tempo e dello spazio e le organizzazioni sociali, per arrivare ad analizzare gli effetti che la compressione spazio-temporale produce sulla società e sulle persone nella contemporaneità, giungendo all’affermazione che “con l’implosione del tempo necessario a comunicare, un tempo che si va restringendo alla misura zero dell’istante, lo spazio e i fattori spaziali non contano più”.

Lo spazio non conta più; nel senso che non è lo spazio a non contare più ma il luogo, che è lo spazio capace di dare significato all’esperienza. Quando lo spazio cessa di essere significante cessa di essere luogo, non definisce più né ambiti né dimensioni locali e diventa mero spazio.

La globalizzazione, afferma Bauman, mina alla base la coesione sociale su scala locale.

Andando oltre il titolo, e leggendo, anche, la presentazione del IV° Festival della Dottrina Sociale, sono diverse le suggestioni e gli spunti di riflessione, che – comunque – trovano in sé un legame con la sfida della globalizzazione.

Perché vivere dentro il tempo è accettare la sfida dell’imprevedibile, della diversità, dell’altro;ed è proprio la globalizzazione che comporta il movimento, il cambiamento, il nuovo, e il non ancora esperimentato.

La globalizzazione è la storia e il futuro coniugati dentro il presente, che si compone di contrasti: povertà, ricchezza, salute, malattia, peccato, grazia, odio, amore, sogni, delusioni, ingiustizie, gratuità, interessi.

Recenti e importanti sono le occasioni in cui Papa Francesco scuote le riflessioni degli studiosi, su temi direttamente e indirettamente collegati con la globalizzazione; dall’incontro con Barack Obama dello scorso marzo, alle dichiarazioni durante il viaggio di ritorno dall’Asia dello scorso agosto.

Nel primo momento, quello della visita di Obama a Roma dal Papa, si assiste al confronto fra la sfera di Obama e il poliedro del Pontefice.

Dopo un anno di segnali a distanza, i due attuali grandi comunicatori globali si incontrano, componendo (quasi) un quadro astratto, più che una figura geometrica funzionale.

Il globalismo omologante di Obama, “dove non vi sono differenze tra un punto e l’altro”, e l’universalismo multiculturale di Bergoglio, come “confluenza di tutte le parzialità, che in esso mantengono la loro originalità”, prospettano modelli oggettivamente divergenti, nonostante l’impegno soggettivo alla convergenza mostrato dai protagonisti.

La sfera e il poliedro sono le due figure geometriche, in contrasto tra loro, che Papa Francesco utilizza, già dal Festival della Dottrina Sociale dell’anno scoro, per mostrare qual sia il significato della “vera globalizzazione”, quella cioè che fa dell’unità nelle differenze la sua essenza.

La sfera può rappresentare l’omologazione, come una specie di globalizzazione: è liscia, senza sfaccettature, uguale a se stessa in tutte le parti. Il poliedro ha una forma simile alla sfera, ma è composta da molte facce.

Bergoglio pensa all’umanità come un poliedro, nel quale le forme molteplici, esprimendosi, costituiscono gli elementi che compongono, nella pluralità, l’unica famiglia umana. È questa la sola globalizzazione a cui bisogna aspirare, in quanto “l’altra globalizzazione”, quella della sfera, è un’omologazione.

In un contesto poliedrico assume tutta la sua importanza, per la società moderna contemporanea (e quella futura), la solidarietà, di cui hanno grande bisogno sia i giovani che gli anziani, entrambi considerati scarti perché non rispondono a logiche produttive. Pertanto, il Pontefice indica come modello il “cooperativismo cristiano”, l’unica strada per raggiungere “un’uguaglianza nelle differenze”.

Il Pontefice, con grande equilibrio, non ignora e riconosce l’importanza delle basi spirituali di un popolo, ma non intende cedere a fascinazioni aprioristiche, considerando piuttosto gli esiti sostanziali e valutando l’attitudine a promuovere, e approvare, politiche inclusive, non solo di contrasto alla povertà, ma – soprattutto, quale fondamento valoriale su cui ergere il futuro comunitario – di superamento della mentalità individualistica, dentro e fuori i confini.

Con profondità, Papa Francesco indica la via al poliedro, nelle sue molteplici sfaccettature, e a discapito della sfera, lasciando avvertire la suggestione di un paesaggio, in evoluzione, a geometrie variabili.

Nel secondo momento, quello del viaggio di ritorno dall’Asia dello scorso agosto, Papa Francesco afferma che “dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. … Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere”.

L’affermazione del Papa si colloca sulla linea tracciata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, nell’ambito del principio di responsabilità di proteggere, formalmente accettato da tutti gli Stati membri dell’ONU in occasione del Summit mondiale del settembre 2005. Tale principio prevede la responsabilità di ciascuno Stato di proteggere la sua popolazione dal genocidio, dai crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Al vertice, i leader mondiali convengono che, quando uno Stato non riesce a rispondere a tale responsabilità, la comunità internazionale ha la responsabilità di aiutare le persone minacciate di tali crimini a proteggersi.

Qualora i mezzi pacifici, tra cui diplomatici, umanitari e altri, siano inadeguati e le autorità nazionali “manifestamente incapaci” di proteggere le proprie popolazioni, la comunità internazionale deve agire collettivamente in un “modo tempestivo e decisivo” – attraverso il Consiglio di sicurezza dell’ONU e in conformità con la Carta delle Nazioni Unite – caso per caso e in collaborazione con le organizzazioni regionali.

Nella sua dichiarazione Papa Francesco, correttamente, sottolinea con attenzione, inoltre, cheuna sola Nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Tale precisazione è evidentemente conforme a quanto stabilito nell’ambito dell’ONU, con il chiaro intento di evitare il rischio che un singolo Stato utilizzi l’intervento umanitario come copertura per perseguire altri interessi.

Rispetto agli attuali conflitti, il Papa auspica per le aree di conflitto il rispetto del diritto umanitario e del diritto internazionale, nell’ambito della comunità internazionale, a quale assegna un ruolo fondamentale, e pertanto una soluzione negoziale tra le parti coinvolte.

Dal complesso delle riflessioni, attorno alla differenza tra la sfera e il poliedro e attorno alla necessità di un ordine mondiale, che il Papa stimola, emerge con forza il tema della globalizzazione, senza regole e senza etica, che in sé ha altrettanti aspetti, che meritano profonde riflessioni, come la tutela e la promozione dei diritti umani, la comunità internazionale, la governabilità del mondo, la democrazia poliedrica, il rapporto tra globale e locale e, infine, il bene comune universale.

Papa Francesco sostiene la “proposizione di una democrazia economica che è essenziale per quella politica”. In tal senso, le sfide lanciate dalla Evangelii Gaudium che la Dottrina Sociale, per la sua stessa natura, è in grado di affrontare, sono – fra l’altro – la necessità della nascita di una nuova economia di tipo inclusivo, il superamento del conflitto sociale che è un dato della realtà, e l’opportunità di lasciare da parte aprioristiche posizioni ideologiche per creare le condizioni di dialogo tra opinioni diverse.

“Il tempo è superiore allo spazio” è il principio che permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati (Evangelii gaudium, 223).

È proprio nell’era globale che l’attività socio-politica deve privilegiare i tempi dei processi, a discapito degli spazi di potere. In tal senso, divengono ora prioritarie le azioni che generano nuovi dinamismi e maggiori coinvolgimenti nelle comunità, portando, con costanza e determinazione, dal rinnovamento sociale a livello globale.

Bruno Di Giacomo Russo

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